La Consulenza Filosofica
Nata in Germania ad opera del filosofo Achenbach, si basa sul dialogo che due persone (un consulente ed un consultante) instaurano ed ha come fine la presa di coscienza della possibilità di vivere una “vita filosofica”, alla luce di una profonda revisione della prospettive personali, partendo dall’analisi di fatti di vita privata e non, tematizzando anche il proprio disagio in una situazione di scambio con chi ha educato, e continua ad educare, se stesso verso una “vita filosofica”. Rappresenta dunque un momento della pratica della “cura di sé”, una ri-scoperta di noi stessi.
Il dialogo è un “luogo protetto”, rilassato ed accogliente, isolato dal mondo, è un tempo sottratto all’”agire” e dedicato alla riflessione, per chi desidera introdurre elementi di una esistenza diversamente concepita e cercare di dare un possibile “sbocco” a temi irrisolti.
La consulenza filosofica, oltre a ruotare intorno al lato riflessivo e razionale dell’esistenza, non può sottrarsi dall’affrontare anche il lato emozionale, centrale in ogni persona, cercando di fornirgli parole in grado di interpretarlo, al fine di rendere possibile la formulazione di domande e risposte.
Il raggiungimento dell’obiettivo, la possibilità di una “vita filosofica”, passa attraverso la conquista di una diversa disposizione verso se stessi, verso gli altri, verso il mondo.
La pratica della Consulenza filosofica ci ha messo di fronte alla necessità di fare i conti con una prospettiva che sembrava oramai antica, defunta, anacronistica: la prospettiva di una vita filosofica.
Ciò che accade nella Consulenza filosofica appare difficile da descrivere e altrettanto difficile da comprendere. Due uomini si raccontano la loro vita, con dovizia di particolari, anche se non necessariamente seguendo un ordine cronologico o storico, e talvolta basta soffermarsi a narrare una sola svolta della propria esistenza per appigliarsi ad un tutto che sovrasta il particolare e restando su quello sentire il peso di una vita intera. È così che ha inizio lo scambio tra il consultante e il consulente, che non si limita a dare ascolto, ma offre la sua stessa presenza come lo spazio in cui esistere entrambi.
La chiave per comprendere la Consulenza filosofica consiste nel passare dall’idea della filosofia come strumento per qualcosa, a quella della filosofia come situazione.
Quel che accade nel colloquio filosofico è filosofia nel senso che è apertura di una situazione che definiamo “filosofica” nella misura in cui ciò che si dice acquista significato proprio alla luce della tradizione filosofica da un lato e dell’atteggiamento filosofico dall’altro. Cioè alla luce di venticinque secoli di riflessione filosofica, di una letteratura, di un repertorio di idee, di analisi, di metafore, e dall’altro e insieme, di un atteggiamento interrogativo esaminante capace di meravigliarsi di fronte ad ogni evento, anche il più banale, della nostra esistenza.
Ciò che si produce è un colloquio illuminato dalla luce di un senso che offre la possibilità di una profonda revisione dei vocabolari personali, atto preliminare ad una possibile svolta dell’ esistenza quotidiana.
Quel che non è stato sufficientemente pensato è questa capacità del singolo di mettere in questione se stesso nella dinamica della Consulenza filosofica, e così, raccontandosi, in una situazione di autentico colloquio, cominciare a tematizzare il proprio disagio trasferendolo dalla condizione del disagio interiore a quella dello scambio, cioè portandolo nel solo luogo nel quale esso può trascolorare da fatto privato, autoreferenziale e magari ossessivo, tanto da condurre il singolo in un labirinto in cui ci si perde, a quel luogo in cui piuttosto può diventare finalmente parte di una narrazione collettiva attraverso la quale dovremmo poter fissare negli occhi la nostra condizione di prossimità all’apocalisse dell’umano.
Il paradosso della vita filosofica (ed è lo stesso della Consulenza filosofica) sta tutto nel fatto che essa appartiene al dominio delle mie scelte individuali ma non si esaurisce in me. Sono io che scelgo di adottare un’esistenza diversamente concepita, di introdurre in essa abitudini e qualità che fino al giorno prima non c’erano, ma non si esaurisce in me. Non sono io il protagonista di questo evento, sono io l’autore e l’attore di questa vicenda, eppure non è mio questo copione. È nostro.
La natura di quel che chiamiamo vita filosofica è una irrisolvibile contraddizione, che non si può risolvere, che non deve essere risolta, perché è la contraddizione che contraddistingue e caratterizza la nostra stessa identità: presunzione di unicità indicibile che si regge sulla rete delle relazioni in cui ognuno di noi trova se stesso solo se si divide (con-divide), lacerazione singolare e pluralità individuale.
Non se ne esce, ma non se ne deve uscire. Ciò che conta è sentire che la contraddizione può stare insieme, senza rovesciarsi in conflitto o in tragedia. La contraddizione in questo caso (al di là della logica, si badi bene) è il principio del movimento che ci fa parlanti e aperti nel mondo, non cose immobili, ma esseri in comunicazione.
La Consulenza filosofica è il luogo, cioè la pratica, in cui si “sospende” il pensiero funzionale (e funzionario) per rianimare il pensiero pensante, che non è funzionale perchè inciampa continuamente nell’interrogazione e non è funzionario perché è servo solo di se stesso.
Vi è una diffusa convinzione secondo la quale ciò che sarebbe in gioco nel dialogo filosofico sarebbe l’elemento razionale che si sussume nel concetto, mentre tutto il resto sarebbe una zavorra di cui bisognerebbe liberarsi per non essere implicati in un evento di natura e impostazione psicologica. In questo senso la Consulenza filosofica sembrerebbe avvicinarsi più al modello di una consulenza legale o finanziaria: dato un problema, si richiede una soluzione di natura essenzialmente formale.
Certamente la Consulenza filosofica lavora sul giudizio, essa si preoccupa di fissare significati, di chiarire e distinguere, di dare senso alle parole, di costruire cioè concetti efficaci, di rilevare contraddizioni e fallacie. Ma tutto questo non è che un aspetto del suo operare. Che il discorso si serva delle formule razionali e delle dinamiche del discorso razionale non significa infatti che il suo obiettivo sia razionalizzare. La Consulenza filosofica, in realtà ha a che fare con la vita stessa. E dunque non può fare a meno di cercare il filosofico anche delle emozioni, non può infatti arrestarsi di fronte ad esse, né rigettarle come se si trattasse di un campo che non può comprendere e quindi non le appartiene. Se la Consulenza filosofica ha a che fare con la persona e non soltanto con il problema (e come potrebbe essere diversamente? Le persone parlano, non i problemi), allora è necessario accogliere di essa tanto il lato riflessivo, razionale, discorsivo, quanto quello emozionale. Ben sapendo che l’emozione di per sé è muta, o meglio parla un linguaggio del corpo rispetto al quale non è possibile vero dialogo.
Il linguaggio dell’emozione è linguaggio privato per eccellenza, anche quando si espone per farsi riconoscere (il pianto, l’urlo, la disperazione, gli atteggiamenti sofferenti, o l’entusiasmo, la passione ecc.), nel senso che esso non diviene mai domanda e non si lascia sintetizzare da una risposta. Il linguaggio oscuro, privato e senza scambio dell’emozione necessita di farsi linguaggio, parola, deve trovare il modo di costruire un discorso e quindi di offrirsi alla dimensione dello scambio reale, della realizzazione di un orizzonte di senso.
La Consulenza filosofica non esorcizza una forma di linguaggio (quello delle emozioni) che sicuramente non le appartiene, ma anzi affrontandolo direttamente cerca di far emergere la parola che esso vorrebbe aggirare.
Il problema è sempre uno (e insieme plurimo), è la persona stessa nella sua infinita complessità, infinitamente narrabile. Nel colloquio la persona si presenta per quello che è: una matassa intricata che le parole dell’ospite e del filosofo consulente, devono lentamente dipanare.
Il linguaggio dell’emozione non può essere tradotto, perché esso si situa in un altro punto rispetto a quello in cui possono prendere vita le traduzioni linguistiche. Esso, piuttosto, deve trovare parola. Deve essere portato alla parola, la parola dell’emozione è sempre una prima parola, l’emozione è in quella prima parola che la esprime. È necessario fornirgli un linguaggio, dargli delle parole, far sì che cominci ad articolarsi in modo da rendere possibile la domanda e la risposta, senza le quali non esiste dialogo. Un’emozione muta è una tragedia per chi la vive, è il dolore urlato della disperazione, è una passione mortale, è un odio accecato…
Ciò che è in gioco nella Consulenza filosofica non è il rischiaramento di qualche parte oscura di sé, quanto piuttosto la possibilità di mettere in gioco la verità, cioè di agire. Lo sfondo della Consulenza filosofica non è dunque un lavoro sull’interiorità, ma è una scena etica.
C’è una ingenua credenza da parte di alcuni, che la Consulenza filosofica possa sciogliere l’enigma esistenziale della persona, e che per questo possa essere sufficiente trovare la risposta giusta al momento giusto, così che forse un consulente bravissimo potrebbe risolvere le sue consulenze in pochi minuti: una volta trovata la risposta, come succede ad Edipo davanti alla Sfinge, il gioco è fatto, e l’ospite non deve far altro che tornarsene a casa con la sua soluzione in tasca.
Naturalmente non è così. Perché la soluzione è nel tempo non nella verità: quel che appare come risposta adeguata non è ciò che una verità logica ha dimostrato, ma piuttosto quel che il tempo del colloquio ha fatto maturare. E come per un frutto o per un animale ci sono dei tempi necessari che non possono essere ristretti, così per la maturazione di una verità personale (e locale) il tempo è il nostro miglior alleato. La verità è nel tempo anche in questo senso.
La Consulenza filosofica mette la vita sotto esame. È questo un modo efficace per ridimensionare l’individuo che altrimenti resterebbe tutto preso da se stesso e in se stesso vivendo una infantile credenza di universalità e onnipotenza, mentre nel momento in cui riesce a porsi come oggetto di riflessione è costretto a ricollocarsi nel mondo e fra gli altri, misurando i suoi limiti, e così, appunto, può superare il delirio di onnipotenza per un più realistico sentimento di insufficienza.
Nel colloquio ci si risveglia? Non dal sonno della ragione, e nemmeno dal silenzio della notte, quanto piuttosto il contrario, dal giorno abbagliante, troppo luminoso, perfino accecante, nel quale non riusciamo più ad orientarci per eccesso di luce, per il caos che i fatti ci impongono e nel quale non siamo più capaci di tenere la rotta.
Il Filosofo Consulente non è un educatore, è qualcuno che ha educato se stesso e dunque ha fatto esperienza, ovvero di qualcuno che ha costruito un’esperienza attraverso un lavoro su di sé che è anche lavoro di formazione, ma che sarebbe nulla (erudizione, ars mnemonica…), se non fosse rivolto a se stesso, se non si trattasse del percorso che egli ha intrapreso nella sua stessa esistenza, se non fosse un momento d’una pratica di cura di sé che ci fa scoprire noi stessi. Noi siamo sempre e solo noi stessi anche se ci illudiamo di essere altro da quel che siamo, anche quando sogniamo di essere altro, e di essere altrove, di avere intorno un mondo che non abbiamo. Può venire il momento nel quale d’improvviso appare l’immagine di me che fino ad allora avevo evitato di vedere allo specchio. Il momento che allora si vive, ricorda una sorta di fase dello specchio, durante la quale abbiamo l’impressione di vederci per la prima volta. E la conseguenza può essere drammatica: potremmo non essere come immaginavamo di essere, potremmo essere molto meno nobili e stimabili. Potremmo scoprire un individuo ancora per lo più sconosciuto.
Ecco, il Filosofo Consulente è persona che ha vissuto questa esperienza, che si è visto allo specchio, che si è gettato sulla via della propria esistenza, che ha cura di sé. E dunque ha fatto esperienza. È questa esperienza, prima di tutta la sua educazione, prima di tutta la sua cultura filosofica, che egli mette in gioco nella consulenza.
La Consulenza filosofica ha il suo fondamento e la sua logica conclusione nella dimensione della vita filosofica. Non vi sarà buona consulenza se non ci si pone come obiettivo, al di là di qualsiasi singolo problema da risolvere, di far sì che l’ospite guadagni una diversa disposizione verso se stesso, verso gli altri, verso il mondo, non vi sarà buona consulenza che non abbia all’orizzonte il percorso che porta alla vita filosofica.
Non c’è dubbio, la situazione della Consulenza filosofica, è una situazione molto speciale. È un luogo protetto, riparato, accogliente, ma soprattutto è un luogo per definizione isolato dal mondo. Il tempo della Consulenza filosofica è tempo sottratto all’agire, sottratto al lavoro, sottratto alla cura del mondo per concentrarsi sulla cura di sé.
Il gesto filosofico della Consulenza è dunque prima di tutto un gesto isolante, col quale ci si allontana dal mondo vissuto, ci si mette in disparte da esso per osservarlo; si cerca (come se fosse possibile!) di fermare l’incessante avvenire del mondo per far apparire la propria immagine nel mondo e la propria immagine del mondo, così che vi si possano davvero apprezzare i vincoli di verità, di quella verità locale sulla quale siamo imbastiti e che ci segue in tutti i nostri movimenti.
Quel che non cesserà mai di apparire straordinario è che da questo movimento (solo momentaneo, passeggero, fuggevole) di distacco, non compaiono né la profondità di un io misterioso o imperiosamente occultato, né la vastità di un sapere assoluto e definitivo, quanto piuttosto quella stessa immagine che era stata lasciata fuori della porta nel movimento del distacco. Quella stessa immagine del mondo dalla quale abbiamo voluto separarci e che ritorna inesorabile e pesante, com’è pesante la realtà. E scopriamo che il distacco è solo una ingenua presunzione, necessaria ma ingenua perché pretende che vi sia una porta d’uscita nel luogo del mondo, che per noi invece non ha porte né finestre.
Tuttavia, questo movimento non è stato inutile, proprio il suo sostanziale fallimento è la conferma che cercavamo, la conferma che siamo nel mondo e che quel mondo è un nostro problema, che condividiamo con gli altri.